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A quali riti si affidavano le popolazioni alpine per proteggersi dalle valanghe? Usi ancestrali mai raccontati

· 06/08/2026 18:58
A quali riti si affidavano le popolazioni alpine per proteggersi dalle valanghe? Usi ancestrali mai raccontati

La notte che il vento ha spazzolato la dorsale del Monte Avaro e la neve ha cantato contro i vetri del rifugio, ho mescolato a lungo la polenta sul fuoco. Bepi, pastore di Val Brembana, si era riparato da noi con il gregge poco sotto il filo del bosco. Tra una mestolata e l’altra mi ha raccontato come, prima dei bollettini e degli ARTVA, la gente di quassù cercasse di tenere buona la montagna. I piatti fumavano, le Orobie brontolavano oltre la porta, e i suoi ricordi hanno riempito la stanza come un brodo caldo.

Processioni, voti e santelle alla frontiera del bianco

Quando cammino tra le baite vecchie dei pascoli alti, mi capita spesso di trovare piccole santelle scolorite, addossate a un masso o in bilico sulla soglia di un canalone. Sono tracce di una fede semplice ma testarda, la stessa che spingeva le comunità a salire in processione, con i ceri schermati dal vento, per benedire i pendii prima dell’inverno. Non erano solo gesti simbolici: erano mappe di memoria. Lì dove si fermava la processione, lì dove si piantava una croce di castagno, si sapeva che il bianco poteva scivolare giù con ferocia.

Le rogazioni di primavera, i voti fatti ai santi protettori, gli ex voto appesi nelle chiesette di crinale: tutto parlava la lingua di chi ha imparato a leggere la montagna a costo di perdite. Ho visto tavolette dipinte in Val Seriana che raccontano scenari di neve in corsa, e nomi segnati come ferite. Il rito non esorcizzava il rischio, ma cuciva la memoria collettiva. Così, quando d’inverno il cielo calava basso, i più anziani ricordavano le linee vietate, le curve della montagna dove la neve, un tempo, aveva preso a correre.

Oggi studiamo la Valanga con metodi scientifici e modelli fisici, ma dietro certe cappelle rovinate si intuisce la prima carta del pericolo: era disegnata dal passo di un villaggio intero, da una liturgia che attraversava il paesaggio come un segnalibro.

Fuoco e suono: il respiro del paese contro il rombo del pendio

Bepi sorrideva quando parlava dei falò d’inverno. Nel cuore del borgo, con la neve che smorzava ogni rumore, i ceppi di larice fischiavano e l’odore di resina saliva in alto, verso i bordi delle valli. C’erano notti in cui si portavano torce accese lungo il margine dei prati più esposti, una scia di braci come a disegnare una frontiera calda contro il bianco. Mi raccontava che non si gridava, si parlava basso, come a non svegliare il pendio. Altre volte si facevano suonare le campane a ritmi precisi, una partitura che serviva a richiamare la comunità e, insieme, a scandire un tempo comune.

Il suono, in montagna, è sempre stato un filo teso tra le case e le cime. Qualcuno credeva che le urla potessero provocare uno scoscendimento, altri che un rumore deciso scacciasse gli spiriti cattivi della neve. Oggi sappiamo che non sono le voci a far partire una massa instabile: più spesso basta un sovraccarico, un taglio sul lastrone, la fatica invisibile della stratigrafia che cede. Ma questi rituali sonori creavano coesione. Il fuoco, intanto, insegnava il ritmo dell’attesa: chi sta a ravvivare la brace sa quando è il momento giusto per muoversi e quando, invece, bisogna lasciar che la notte passi.

Nel mio rifugio conservo un fascio di vecchie fiaccole. Le accendiamo rare volte, durante una camminata notturna in sicurezza, seguendo sentieri che conosco a memoria. È un gesto di bellezza più che di protezione, eppure, mentre le fiamme tremano, sento quella stessa antica richiesta rivolta alla montagna: ascoltaci, lasciaci andare e tornare.

Segni nel paesaggio: boschi, croci di legno e memoria dei versanti

In alcune conche delle Orobie il bosco non è solo bellezza, ma argine. I larici e gli abeti, se lasciati crescere con criterio, fanno da paravalanghe naturale, trattenendo il manto e frammentando l’energia della corsa. Anticamente, quando un versante mostrava cattivo umore, si piantavano alberi in file ordinate, si lasciavano cinture verdi a protezione dei prati. Era un lavoro lento, più lento di una stagione di neve, ma che costruiva l’inverno degli anni a venire.

I pastori distinguevano i canali parlando come si parla dei vicini di casa: c’era quello ombroso e pericoloso, quello che si svegliava a marzo, quello che sbadigliava in corrispondenza di un salto di roccia. Ho ascoltato toponimi che non compaiono sulle mappe ufficiali, ma che, pronunciati, restituiscono una cartografia emotiva e pratica insieme. In alcuni posti, al bordo alto dei valloni, si piantavano croci di legno o semplici pali: segni per gli uomini, non per la neve. Ricordavano dove non sfidare la sorte. D’inverno, quando tracciamo con le pelli, ripenso a quei segnali di fortuna: spesso coincidono con i limiti che anche l’osservazione moderna suggerisce di rispettare.

Mi è capitato, in Val Gerola, di trovare un vecchio abete con i rami strani, piegati tutti dalla stessa parte. Un anziano del posto mi disse che lì, negli anni duri, la neve passava spesso, e quell’albero aveva imparato a chinarsi. È una lezione silenziosa che vale più di mille cartelli: la natura conserva la geometria dei pericoli e, se prestiamo attenzione, la offre a chi cammina.

Dai riti alla prevenzione: il sapere di ieri al servizio di chi sale oggi

La mia cucina profuma di casera e di erbe secche, ma tra i mestoli tengo anche un piccolo taccuino. Appunto i cambi di vento, la consistenza della neve dietro la baita, le crepe che si aprono lungo il dosso. Questo guardare quotidiano è la versione moderna di quei riti antichi: non basta invocare, bisogna osservare. Chi sale con me, lungo sentieri meno noti tra Val d’Arera e Pizzo del Becco, impara prima a leggere la montagna con gli occhi, poi a fidarsi delle proprie gambe.

La differenza, oggi, è che abbiamo strumenti che dialogano con la tradizione invece di negarla. I bollettini nivometeorologici e i corsi di autosoccorso ci danno parole più precise per raccontare quello che gli anziani intuivano con sensibilità affinata dall’esperienza. E quando un paese accende ancora un falò invernale, lo fa per ricordare il legame, non per sostituire la prudenza. Le linee proibite delle processioni sono diventate tracce rosse sulle mappe del rischio; le campane, un tempo richiamo di comunità, trovano oggi eco nelle allerte diffuse dalla Protezione Civile.

Non è nostalgia, è continuità. Ho visto giovani scialpinisti fermarsi davanti a una santella e chiedersi perché fosse proprio lì. Ho spiegato loro che è un promemoria di pietra, più antico dei nostri dispositivi elettronici, e che racconta di un runout spesso sottovalutato. Poi, quando rientriamo al caldo, apro una cartina, confronto dati e ricordi, e la storia si chiude senza forzature: tradizioni e scienza si tengono per mano, come due che conoscono lo stesso sentiero con parole diverse.

Nelle sere di neve, mentre servo polenta taragna e brasato, qualcuno chiede sempre se i riti funzionassero davvero. Rispondo che hanno funzionato finché hanno tenuto insieme le persone, finché hanno insegnato rispetto, finché hanno lasciato segni leggibili sul territorio. La montagna chiede attenzione, non superstizione. Chiede orecchio per i suoi scricchiolii, pazienza di attendere il mattino giusto, umiltà di fare dietrofront. E chiede anche storie, perché nelle storie ci sono le istruzioni che la fretta dimentica.

Quella notte, dopo la visita di Bepi, la nevicata è scesa di tono. Ho spento la stufa più tardi del solito, lasciando che l’ultimo calore risalisse verso il sottotetto. Fuori, i quattro passi fino alla legnaia erano una riga nel bianco. Mi sono fermato un attimo ad ascoltare: solo il cuore delle Orobie, profondo come un respiro. Ho pensato ai ceri, ai falò, alle santelle, a tutto ciò che ha insegnato ai paesi montani a parlarsi per sopravvivere. E, rientrando, ho capito che anche l’indomani, prima di mettere su il caffè per chi sarebbe salito, avrei buttato un occhio al pendio e alla nostra piccola croce di legno sopra il canalone. Perché i riti, a volte, sono solo un altro modo per ricordare che siamo ospiti qui, e che tornare a casa è la prima forma di felicità.