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Come distribuire il peso nello zaino da trekking: l'ordine che cambia tutto

Mauro Lardinidi Mauro Lardini· 19/08/2026 12:08
Come distribuire il peso nello zaino da trekking: l'ordine che cambia tutto

La prima volta che ho seguito Bepi, il pastore di Val d’Inferno, portavo sulle spalle uno zaino che pendeva come la campana del suo caprone. All’alba, sopra i castagni umidi, la mulattiera si stringeva tra muretti a secco e prati che odoravano di fieno vecchio. Io arrancavo, e a ogni tornante sentivo il carico tirarmi indietro, quasi avesse una volontà tutta sua. Bepi camminava sciolto, con la gerla carica di formagelle e sale: «Non è quanto porti, Mauro, è come lo porti» mi disse. Quella mattina imparai una lezione che in rifugio ripeto a ogni escursionista mentre metto su la moka: l’ordine nello zaino non è un dettaglio, è la condizione per arrivare in quota con il sorriso e cucinare ancora con le braccia ferme.

Il sentiero insegna equilibrio

Quando camminiamo, tutto ruota attorno al nostro Baricentro. Ogni oggetto che spostiamo nello zaino lo avvicina o lo allontana dalla linea del corpo, e il corpo risponde: schiena che inarca, spalle che tirano, passi che diventano incerti. L’ho capito sulle gobbe erbose sopra il Branchino, quando due litri d’acqua messi nella tasca sbagliata bastarono a farmi pestare il piede sinistro come un metronomo sfasato. Il trucco, me lo insegnò Bepi ridendo sotto i baffi, è fare dello zaino un prolungamento del busto, non un attaccapanni alla deriva.

Per riuscirci, penso sempre al carico come a una massa unica che deve stare il più vicino possibile alla schiena, in verticale lungo la colonna. Gli oggetti più pesanti devono occupare la zona centrale, tra le scapole e poco sopra le anche, così da non spingere il bacino all’indietro né tirare le spalle in avanti. È un equilibrio sottile, quasi da cuoco quando dosa il sale: un filo di più e il piatto è rovinato, un filo di meno e non senti il gusto.

Il cuore dello zaino: dove sistemare il peso

Immagino lo zaino come un camino di forze. Nella camera centrale, contro lo schienale, infilo il peso vivo: borraccia o sacca idrica, il fornellino a gas se serve, magari il sacchetto con il riso e la moka da campeggio quando prometto un caffè a metà salita. Tutto ciò che è denso e compatto sta qui, compresso e bloccato dalle cinghie interne, così non scivola e non crea spinte improvvise quando il terreno chiede un passo lungo o un traverso sul pietrisco.

Più in alto, ma sempre vicino alla schiena, trovano posto il guscio antipioggia e il pile leggero, arrotolati come un tronco che completa il bilanciamento. In basso, dove lo zaino si allarga, lascio i volumi morbidi e poco urgenti: sacco lenzuolo, piumino in sacca, magari il berretto di lana che non serve fino al tardo pomeriggio. Se metti qualcosa di pesante troppo in basso, il passo diventa pigro, come camminare nella farina; se lo metti in alto e lontano dalla schiena, ogni raffica di vento ti fa ondeggiare.

Prima ancora di parlare di tasche, serve uno schienale adatto: qui tornano utili i criteri per scegliere uno zaino che rispetti la schiena. Un buon telaio, le cinghie di carico posizionate bene e la cintura lombare che avvolge le anche fanno metà del lavoro, l’altra metà la fa il tuo modo di caricarlo.

Le tasche raccontano la giornata

Il cappuccio superiore è la tasca dei gesti rapidi: lì tengo la mappa piegata, il coltellino, il filtro per l’acqua, un piccolo snack. Non metto mai pesi importanti sul cappuccio, perché basta una piega in avanti per farli lavorare come una leva contro le spalle. Le tasche laterali ospitano gli oggetti simmetrici e leggeri: guanti e cappellino da un lato, crema solare e occhiali dall’altro. Se porto i bastoncini, li fisso sui lati solo quando il sentiero impone l’uso delle mani; altrimenti preferisco tenerli in mano, perché il loro peso, seppur modesto, può sbilanciare nel tempo.

Per l’acqua, quando non uso la sacca con il tubo, preferisco una borraccia centrale infilandola dentro lo zaino, non nelle tasche laterali, così da non creare quel piccolo tiro alla fune che alla lunga ti mette storto. Il cibo, dice la mia anima di cuoco, dev’essere facile da raggiungere: una tasca interna per il pranzo, una per gli spuntini. Assicuro sempre il fornello in verticale con una cinghia: niente è più fastidioso di un rumore metallico che tamburella contro la schiena per tutta la cresta del Benigni.

Regolare le cinghie come una ricetta

Mettere in spalla lo zaino è un rito. Prima la cintura sui fianchi, stretta quanto basta perché sorregga il carico: deve appoggiarsi sulle creste iliache, non stritolare la pancia. Poi gli spallacci, che porto vicini ma non tirati come corde di violino. Infine le cinghiette di richiamo del carico: quei piccoli tiranti che, dal bordo superiore degli spallacci, avvicinano lo zaino alle spalle. Bastano due dita di regolazione per cambiare la sensazione di cammino, soprattutto in salita, quando preferisco avvicinare un po’ il carico, e in discesa, quando allento leggermente per respirare meglio con il busto.

Il risultato si sente nei piedi. Un carico stabile rende più preciso l’appoggio, e questo vale doppio se a valle hai scelto bene le calzature. Non c’è distribuzione del peso che tenga, infatti, se la scarpa balla o stringe, ed è qui che un metodo pratico per azzeccare la taglia degli scarponi diventa la base di ogni cammino sereno. Schiena, anche e caviglie sono una catena: se uno degli anelli scricchiola, gli altri protestano.

Clima, sicurezza e routine di accesso

Sulle Orobie il meteo cambia in un pugno di minuti. Per questo organizzo il materiale in base a una routine di accesso. Gli strati termici stanno a portata di mano, la mantellina subito sopra il peso centrale, l’astuccio di pronto soccorso dove lo vedo appena apro: cerotti, garza, disinfettante e una piccola coperta termica. Il fischietto lo lego sempre alla cinghia pettorale, non nel fondo dello zaino. Non è paranoia, è rispetto della montagna e delle sue regole non scritte, quelle che il Club Alpino Italiano ripete con pazienza a chi inizia.

Per l’elettronica, tengo il telefono in una tasca interna alta, lontano dall’umidità della schiena, e la batteria esterna accoppiata con un cavetto corto. Le chiavi dell’auto sono l’ultimo pensiero prima di chiudere: finiscono in un taschino con zip, sempre lo stesso, così non ho mai il dubbio di averle perse tra un sorso d’acqua e uno scatto al tramonto.

Ascesa e discesa: il carico che respira

Un percorso non è mai una linea retta e lo zaino deve respirare con te. In salita intensa stringo le cinghie di compressione laterali, avvicino i pesi e tengo l’apertura superiore ben chiusa. Quando la pendenza smorza e il passo si fa lungo, posso allentare un filo gli spallacci, liberando il torace. In discesa, soprattutto su sassi mobili, voglio che il carico sia fermo ma non invasivo: peso centrale saldo, cappuccio non gravato, ginocchia libere di ammortizzare. Poche regolazioni, ma fatte al momento giusto, valgono più di mezzo chilo in meno nello zaino.

Prova in cucina, correggi sul sentiero

Nel mio rifugio, tra una polenta e uno strudel, tengo una piccola scala in legno. Prima di ogni stagione, salgo e scendo con lo zaino carico come prevedo sarà nelle gite con i ragazzi delle scuole. A ogni gradino sento se qualcosa batte, se una spinta arriva troppo tardi, se un lato tira più dell’altro. Quel test casalingo mi ha insegnato che molti errori nascono dalla fretta: accatastare oggetti a caso, infilare la giacca in cima per ultima, lasciare spazi vuoti che poi il carico riempie scivolando. L’ordine non è mania, è prevenzione.

Quando poi esco sul sentiero, lascio che sia la montagna a dirmi l’ultima. Un piccolo dolore tra le scapole? Probabile che abbia messo i pesi troppo alti. Fiato corto in salita senza motivo? Forse il cappuccio preme e chiude la respirazione. Bastano pochi minuti per sistemare, come quando aggiusti la fiamma sotto la polenta perché non si attacchi. La differenza si sente, e a fine giornata è quel margine di energia che ti resta per ridere davanti al crepuscolo, invece di contare vesciche.

Ripenso spesso a quella mattina con Bepi. Sulla soglia dell’alpeggio, mi fece togliere tutto dallo zaino e ricominciare daccapo: «Dai un posto giusto a ogni cosa, e ogni cosa ti porterà in alto», disse. Oggi, quando allaccio il grembiule e poi le cinghie dello zaino, seguo lo stesso gesto: organizzare per rispetto, cucinare e camminare con leggerezza. Il sentiero premia chi mette ordine: non solo nelle tasche, ma nel modo di stare in montagna.

Mauro Lardini
Mauro Lardini

Mauro lavora come cuoco in un rifugio sulle Alpi Orobie e conosce ogni sentiero che porta in quota. Racconta storie di escursioni fatte al seguito dei pastori locali e coniuga la passione per la cucina con l'amore per i percorsi di montagna meno noti.