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Come nasce la passione alpinistica nei villaggi montani? Il legame segreto tra arte, religione e scalate

Claudia Penazzidi Claudia Penazzi· 08/08/2026 20:44
Come nasce la passione alpinistica nei villaggi montani? Il legame segreto tra arte, religione e scalate

La passione per l’alpinismo, nei villaggi montani, non nasce solo davanti a una parete di roccia. La vedo sbocciare nelle sacrestie fredde, tra i banchi di legno lucidati da generazioni, negli atelier di scultori che odorano di resina e ferro, sulle piazzette dove gli anziani raccontano il primo ghiacciaio salito a vent’anni. Da oltre due decenni accompagno piccoli gruppi nelle Alpi Retiche: ogni volta riconosco lo stesso filo, sottile ma tenace, che unisce arte, religione e scalate. È lì che il gesto tecnico trova senso, che l’ambizione diventa cura del territorio e delle persone.

Le cappelle di quota come palestra emotiva

In molti paesi di montagna, le cappelle ai margini dei prati sono la prima “stazione” dell’alpinista. Qui ho visto crescere ragazzi che, dopo la messa d’estate, salivano al colle con i genitori per appendere un ex voto: una piccola tavola dipinta che racconta una scivolata evitata, una corda tesa al momento giusto, una bufera superata insieme. Questi racconti, custoditi negli altari, insegnano la differenza tra coraggio e temerarietà.

Mi è capitato di recente in alta Valmalenco: un gruppo di giovani mi ha chiesto perché, prima di una via classica, alcuni compagni volessero fermarsi un minuto nella chiesetta di fondovalle. Ho risposto che non è un rito per scacciare la paura, ma per riconoscerla. L’alpinismo nasce anche da qui: dall’ammettere i propri limiti e dal dirsi che la montagna non si conquista, si frequenta con rispetto.

L’arte che educa il gesto: legno, ferro e pazienza

La cultura materiale dei villaggi è una scuola alpinistica sottilissima. Nelle botteghe degli intagliatori ho imparato l’attenzione al nodo del larice, la lettura della fibra: lo stesso sguardo serve in parete, quando cerco quel ciglio che tiene un appoggio o quella fessura che accoglie il friend. Gli artigiani che forgiano piccole croci di vetta o riparano vecchi chiodi raccontano la precisione più di mille manuali.

Un lettore mi ha chiesto se sia ancora utile imparare a riparare un rampone o a affilare una becca. Rispondo di sì. L’artigianato insegna la manutenzione, e la manutenzione è sicurezza. Ho visto partenze rimandate perché una cinghia era secca: meglio fermarsi in paese e comprare il ricambio dal fabbro che salire con l’ansia di un cedimento.

Feste patronali e prime ferrate: quando il paese diventa guida

Le feste patronali spesso includono una salita collettiva al santuario in quota. Non è solo tradizione: camminare insieme, a passo regolare, con qualcuno che apre e qualcuno che chiude, prepara al ritmo delle ascensioni. Le prime ferrate le ho viste affrontare con la stessa calma: un capo gruppo, due “angeli” a metà e in coda, indicazioni chiare. L’organizzazione nasce dall’oratorio e si ritrova sulla cresta.

Questo approccio comunitario evita l’errore più comune: pensarsi pronti perché “si corre forte in pianura”. La montagna chiede lentezza efficiente, sosta breve e zaino asciutto. Le processioni insegnano esattamente questo: gestire il passo per arrivare tutti.

Caso concreto: l’alba sul granito e la voce delle erbe

Nella tarda primavera, sopra Chiesa in Valmalenco, ho guidato quattro escursionisti lungo una cengia fiorita di rododendro ferrugineo. Lo scopo era botanico, ma sapevo che avremmo incrociato una piccola croce lignea, scolpita da un artigiano del posto. Abbiamo sostato pochi minuti: ho indicato le tracce dei chiodi antichi e i licheni aranciati che raccontano l’aria pulita. Quella pausa ha cambiato la giornata: il gruppo ha iniziato a leggere il granito, a cercare con la suola i microscorrimenti, a usare le mani con delicatezza.

Più tardi, davanti a una cappelletta, un ragazzo mi ha confidato il timore di sbagliare la scelta del tempo. Gli ho mostrato come annusare l’umidità che sale dal bosco dopo le 11 e come osservare le nuvole che si allargano a “pecora” sui crinali. La tecnica è utile, ma senza i piccoli segnali del paesaggio si resta ciechi. È qui che arte e religione aiutano: invitano a vedere oltre la prestazione, a dare un nome a ciò che si prova.

Comunità e istituzioni: dal sagrato alla sezione locale

Molte passioni alpinistiche si strutturano grazie alle sezioni del Club Alpino Italiano. Quella transizione dal sagrato alla sede CAI è naturale: stessa voglia di stare insieme, regole chiare, istruttori che hanno imparato sul campo. Quando accompagno i neofiti suggerisco di frequentare almeno un corso base: la cordata è un patto, e i patti si imparano allenandosi con chi sa.

Nel frattempo, i villaggi insegnano anche il rispetto delle aree protette. Le zone a tutela speciale, parte della Rete Natura 2000, non sono vincoli astratti: sono garanzia di sentieri vivi, fauna tranquilla, prati ancora fioriti a luglio. Conoscere le regole mentre si impara a scalare rende l’alpinismo parte della cura del territorio, non un consumo veloce.

Consigli pratici subito utili

  • Prima di una via o di una ferrata, passa in chiesa o alla cappella del paese: leggi un ex voto e chiediti quale rischio stai accettando oggi.
  • Entra in una bottega: fatti spiegare come si controlla una cinghia o si lima una becca. Applica la manutenzione prima di ogni uscita.
  • Iscriviti a una sezione del Club Alpino Italiano e partecipa a una gita sociale: impari gestione del gruppo, ritmo e comunicazione in parete.
  • Tieni un taccuino botanico: annota fioriture e segni d’acqua. Ti allena a osservare microvariazioni, fondamentali per valutare stabilità e meteo.
  • Verifica se l’itinerario attraversa aree della Rete Natura 2000: rispetta i periodi sensibili per la fauna e resta sui sentieri segnalati.

Errori tipici da evitare

  • Confondere fede con invulnerabilità: la preghiera non sostituisce la pianificazione.
  • Affidarsi alla velocità in pianura: in quota contano cadenza, gestione dei liquidi e termica.
  • Partire con attrezzatura usurata “tanto è facile”: le piccole vie insegnano più dei grandi gradi, ma non perdonano trascuratezze.
  • Saltare la formazione di base e improvvisare la cordata: gli amici non bastano, servono procedure condivise.
  • Dimenticare la cultura locale: ignorare feste e tradizioni priva della rete di sicurezza comunitaria.

L’arte della misura: quando l’estetica orienta la scelta

Nei villaggi ho imparato che la bellezza non è un sovrappiù: è un criterio decisionale. Salire una via per la linea che disegna sul versante, scegliere un orario per la luce che scalda la parete senza indebolire il manto nevoso, rinunciare quando il cielo “perde colore” perché il fronte arriva: tutto questo viene da un’estetica allenata tra affreschi, intagli e processioni. È un’estetica utile, che riduce l’errore.

Un patto che dura: la passione che resta nel tempo

La passione alpinistica non esplode: matura. In paese, in bottega, in chiesa, nei cortili dove si asciugano corde e si scambiano guide consunte. Ogni dettaglio – l’odore della resina, una tavola votiva, il ferro battuto di una croce – diventa tassello di un carattere capace di tenere il passo quando la roccia chiama. Se volete iniziare, partite da qui: ascoltate il villaggio, lasciate che arte e religione vi insegnino la misura, unitevi a chi ha esperienza. La cima arriva dopo, quasi da sola. E quando ci arriverete, vi accorgerete che il vero traguardo è stato costruire, passo dopo passo, un legame affidabile con la montagna.

Claudia Penazzi
Claudia Penazzi

Claudia è una vera appassionata di botanica alpina: accompagna regolarmente piccoli gruppi in escursioni naturalistiche nelle Alpi Retiche. Da oltre vent’anni racconta il cambiamento delle stagioni attraverso fiori e paesaggi, condividendo storie e curiosità con grande passione.