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Peso dello zaino alpino: la soglia che protegge la schiena in salita

Mauro Lardinidi Mauro Lardini· 16/08/2026 07:24
Peso dello zaino alpino: la soglia che protegge la schiena in salita

Alle prime luci, quando il rifugio ancora odora di caffè e legna umida, ho posato sul tavolo una forma di Formai de Mut e un sacchetto di farina per la polenta. Fuori, il sentiero che sale tra i larici verso un passo dimenticato della Val Brembana brillava di rugiada. Dovevo accompagnare Taddeo, un pastore che conosco da anni, su una cengia che mette alla prova le ginocchia più di qualunque scala della cucina. Prima di uscire, ho sollevato lo zaino come si prende un paiolo pieno: di lato, senza strappi. Sentivo già dalla presa se quel peso sarebbe stato un compagno o un nemico. In montagna, la differenza è tutta lì, in quella soglia invisibile che separa una salita “tonda” da una di quelle che ti increspano la schiena fino a sera.

Con Taddeo c’è un patto non scritto: io preparo il pranzo caldo in quota, lui mi insegna a leggere il terreno con gli occhi degli animali. Ma prima di partire mi misura con uno sguardo, come fanno i vecchi. «Troppo, Mauro», dice toccando la fibbia del mio cinturone. Ha ragione. Scarico una borraccia, lascio in cambusa una padella che so improvvisare con un coperchio, e allaccio lo sterno. La salita non perdona gli eccessi, e lo zaino ti presenta subito il conto.

La soglia del peso: un numero che cambia la salita

In anni di escursioni sulle Orobie, ho imparato che esiste una soglia di sicurezza per la schiena quando si sale con passo continuo. Per chi cammina su dislivelli importanti, il limite ragionevole si aggira intorno al 10-12% del proprio peso corporeo. Significa che se pesi 70 chili, il tuo zaino in salita dovrebbe restare tra 7 e 8 chili e mezzo. Oltre, ogni metro di pendenza si somma come un interesse che matura nella zona lombare e sulle spalle. Questo non è fanatismo dei grammi: è buon senso, sostenuto da ciò che la biomeccanica ci racconta sulla compressione dei dischi intervertebrali e sull’efficienza del passo.

Il numero non è dogma. Se il terreno è dolce e i chilometri sono molti ma regolari, ci sta spingersi al 15% a patto di essere allenati, di avere bastoncini e di saper distribuire il carico. Appena però la traccia s’impenna, la neve sorpresa in un canale o il vento in cresta costringono a irrigidirsi, la soglia si riabbassa. L’ho visto mille volte: non è la quantità pura a tradirti, è come quel peso dialoga con il pendio.

La scelta dello zaino conta quanto i chili che ci metti dentro. Non parlo di mode, ma di spallacci, telaio, cintura lombare. Certi dettagli cambiano la giornata. Se vuoi approfondire i criteri per scegliere uno zaino tecnico che non stressi la schiena, ci sono guide ben fatte che mostrano come il design possa alleggerire la percezione del carico senza togliere nulla alla sicurezza.

Distribuzione del carico: dove deve pesare davvero

La vera magia non è togliere peso, ma farlo appoggiare ai punti giusti. In cucina dico sempre che il paiolo va tenuto basso, vicino al corpo. Con lo zaino funziona uguale: il baricentro dev’essere stretto alla colonna, i volumi più densi in alto ma non troppo, appena dietro le scapole, e tutto il resto compattato perché non balli. La cintura sui fianchi non è un accessorio estetico, è il primo alleato: se ben regolata, scarica fino a due terzi del peso sul bacino, la parte del corpo progettata per reggere. Gli spallacci devono aderire senza pizzicare, e i “tiranti di carico” che partono dalla sommità hanno il compito di mantenere l’angolo del peso verso di te, non lontano da te.

Salendo con Taddeo su un traverso esposto, ho sentito lo zaino fermo come un guscio. Niente strappi in avanti, niente colpi secchi quando frenavo con un micro-passo. In discesa, sul rientro, ho solo allentato quel tanto che basta perché il torace respirasse meglio. La schiena capisce quando ti prendi cura di lei: te lo dice con il silenzio delle vertebre a fine giornata.

Cibo, acqua e abitudini: grammi che contano

Chi lavora in rifugio come me sa che l’acqua è spesso il peso più pesante. Portarne troppa è uno spreco, ma poche gocce sono un rischio sciocco. La soglia del 10-12% considera che l’acqua varia lungo la traccia: bevi, ricarichi dove sai che le sorgenti sono affidabili, pianifichi evitando sprechi. In una valle remota porto un filtro, così tengo la riserva più leggera senza rinunciare alla sicurezza.

Il cibo è un’altra scuola di misura. Ho smesso da tempo di caricare pane e formaggi come se dovessi aprire un banchetto in cresta. Oggi preparo porzioni dense di energia ma compatte: riso già ammollato che cuoce in pochi minuti, una scatolina d’olio, qualche noce. La polenta taragna la lascio al rientro, dove ha il suo momento giusto. Anche le abitudini “collaterali” scavano grammi: l’impermeabile giusto pesa meno di due capi mediocri, e un piumino comprimibile vale più di un pile grosso. Più tagli il superfluo, più rispetti la soglia senza rinunciare a nulla di essenziale.

Terreno, meteo e calzature: la soglia si adatta

La montagna vera è un organismo vivo, e la soglia del peso gli somiglia: cambia col respiro del terreno e del meteo. Se prevedo roccette, metto in conto che casco e guanti aggiungano qualche etto, e abbasso altrove. Se arriva un fronte freddo, so che indosserò più spesso gli strati e lo zaino sembrerà svuotarsi mentre cammino: è un risparmio “attivo”.

Poi ci sono i piedi, la base di tutto. La postura in salita dipende anche dalla suola. Conoscere la differenza tra una calzatura bassa e uno scarponcino rigido aiuta a evitare zavorre inutili e a proteggere caviglie e schiena nelle situazioni giuste. Su questo tema mi ha aiutato molto sapere quando preferire scarpe basse o scarponcini, perché l’appoggio corretto riduce le compensazioni del busto e, di conseguenza, la fatica della colonna.

Anche i bastoncini fanno la loro parte. Non salvano il mondo, ma spostano una quota del carico sulle braccia e stabilizzano il passo. In salita li accorcio un filo, in discesa li allungo: così il ritmo resta rotondo e lo zaino non “oscilla” in testa.

Ascoltare il corpo: dalla teoria al sentiero

Le percentuali sono utili finché restano al servizio delle sensazioni. Quando l’affanno sale troppo in fretta o la fascia lombare inizia a scaldare come un ferro, quel 12% forse è già troppo. Allora faccio come in cucina quando una salsa si ispessisce: aggiungo un goccio d’acqua, mescolo, abbasso la fiamma. Sul sentiero, significa aprire un bottone, spostare una borraccia nel tascone, alleggerire il ritmo per cinque minuti. Piccoli aggiustamenti che rimettono in asse la schiena senza fermare il cammino.

Ci sono giorni in cui la montagna ti fa pagare comunque pegno. Una raffica ti sorprende su una cresta, una lingua di neve si stende dove non dovrebbe. È lì che capisci perché la soglia non è un feticcio ma una rete: riduce il rischio, non lo annulla. Le scuole del Club Alpino Italiano insistono su questo punto, e fanno bene: scegliere, preparare, anticipare. Il resto è prudenza che si impara passo dopo passo.

Dalla stalla al rifugio: il ritorno della misura

Quel giorno con Taddeo, arrivati alla malga alta, ho acceso il fornellino che mi ero concesso di portare perché sapevo che avrei tagliato altrove. La minestra ha sobbollito piano, il vapore si mischiava all’odore del fieno e del latte appena munto. Mentre mangiavamo, ho pensato a come la leggerezza sia una somma di scelte, non un talento. La soglia del peso protegge la schiena così come una fiamma giusta protegge il sapore: non troppo bassa da lasciare crudo, non troppo alta da bruciare.

Sulla via del ritorno il sole si è steso lungo i versanti e lo zaino mi sembrava un po’ più leggero. Forse era la soddisfazione, forse l’acqua bevuta. Più probabilmente era il risultato di quel compromesso cercato fin dall’alba: togliere il superfluo, distribuire il necessario, ascoltare il corpo. Alla porta del rifugio, mentre appendevo lo zaino accanto alle giacche, ho ritrovato gli stessi gesti con cui sistemo i mestoli e i coltelli dopo il servizio. Ordine, misura, rispetto. In montagna e in cucina, la schiena ringrazia quando il peso rimane dalla parte giusta della soglia.

Mauro Lardini
Mauro Lardini

Mauro lavora come cuoco in un rifugio sulle Alpi Orobie e conosce ogni sentiero che porta in quota. Racconta storie di escursioni fatte al seguito dei pastori locali e coniuga la passione per la cucina con l'amore per i percorsi di montagna meno noti.