Caitricesimo.itViaggia, scopri e vivi le Alpi autentiche

Gestione dell’acqua durante un trekking in quota: consigli chiave per non rischiare disidratazione

· 30/07/2026 12:59
Gestione dell’acqua durante un trekking in quota: consigli chiave per non rischiare disidratazione

È una mattina di agosto quando Giancarlo, il pastore che frequento da anni nei miei giri in quota, mi ferma prima di partire per l'alpeggio. "Mauro, oggi porti più acqua del solito", dice con quel tono che non ammette repliche. Ho imparato a fidarmi delle sue osservazioni: conosce le montagne come il palmo della mano, e sa bene come l'altitudine cambi le regole del gioco. Quel giorno, salendo verso i tremila metri, ho capito veramente quanto sia cruciale la gestione dell'acqua durante un trekking in quota. Non si tratta solo di portare una bottiglia, ma di una strategia che protegge il corpo e la mente dalle trappole nascoste dell'ambiente alpino.

Quando si cammina in montagna, il corpo affronta sfide completamente diverse rispetto al trekking in pianura. L'aria più rarefatta, la diminuzione dell'ossigeno disponibile, i raggi solari più intensi a causa dell'altitudine: tutto questo accelera la perdita di liquidi anche quando non ce ne accorgiamo. Non sentiamo il sudore evaporare come farebbe in valley, e questo crea un'illusione pericolosa di idratazione. Ho visto molti escursionisti arrivare ai rifugi con mal di testa, stanchezza inspiegabile e confusione mentale, tutti sintomi di una disidratazione che avrebbe potuto essere completamente evitata.

Quantità d'acqua: calcolare il fabbisogno reale

La domanda che ricevo più spesso da chi viene al rifugio è: quanto devo bere? Non esiste una risposta universale, ma ci sono linee guida solide che i montanari seguono da generazioni. Per ogni ora di cammino in quota, il corpo ha bisogno di circa 500 millilitri d'acqua, una quantità che aumenta se la giornata è particolarmente calda o se il sentiero è molto ripido. A quota superiore ai duemila metri, questa necessità può addirittura raddoppiare.

Calcolare il fabbisogno significa prima di tutto conoscere la durata della propria escursione. Se prevedo sei ore di cammino, devo portare almeno tre litri d'acqua, meglio quattro se non conosco bene i punti di rifornimento lungo il percorso. Non è un peso inutile: è assicurazione sulla vita. Durante i miei giri con i pastori, ho notato che loro bevono con regolarità, non solo quando hanno sete. La sete è già un segnale d'allarme, non un invito.

Le fonti d'acqua in montagna: fiducia e cautela

Una delle tentazioni più comuni è affidarsi completamente alle fonti d'acqua che incontriamo lungo il sentiero: ruscelli cristallini che sembrano puri, sorgenti che sgorgano direttamente dalla roccia. Il panorama ingannevole della montagna ci fa credere che tutto ciò che viene dall'alta quota sia automaticamente sicuro. La realtà è più complessa e richiede consapevolezza.

L'acqua in montagna può contenere parassiti e batteri invisibili a occhio nudo, persino in zone apparentemente incontaminate. Il Giardia lamblia, un parassita microscopico, si trova spesso nei corsi d'acqua alpine e causa problemi digestivi che emergono anche settimane dopo l'escursione. Ho imparato questa lezione nel modo più duro, e da allora porto sempre una fontana filtrante o compresse di purificazione. Chi pratica trekking frequentemente sa che questa è una precauzione necessaria, non una paranoia.

I rifugi e gli alpeggi rimangono le fonti più affidabili: l'acqua è controllata e sicura. Se devo attingere da sorgenti naturali, scelgo sempre i punti dove l'acqua è in movimento rapido e scelgo la sezione più alta possibile, lontano da insediamenti di bestiame. Quando arrivo al rifugio di sera e il gestore mi offre acqua dal rubinetto, non è una cortesia ordinaria: è il risultato di una rete di approvvigionamento pensata proprio per questo.

Il ritmo di idratazione: prevenzione costante

Non bisogna aspettare di avere sete per bere. Questo è il principio cardine che ho imparato osservando i pastori durante i loro spostamenti in quota. Loro bevono a piccoli sorsi ogni venti o trenta minuti, mantenendo un'idratazione costante che previene il calo drastico dei liquidi corporei. È un approccio completamente diverso dall'abitudine moderna di bere solo quando la sete diventa impellente.

Preferisco portare una bottiglia con un tubo facilmente raggiungibile nello zaino, così posso bere senza fermarmi continuamente o senza dover togliere lo zaino. Uno o due sorsi durante il cammino, fatto regolarmente, rappresentano la migliore strategia preventiva. A quota alta, questo ritmo costante evita il sovraccarico renale e mantiene l'ossigenazione del sangue a livelli ottimali.

In rifugio, invece, incoraggio gli ospiti a bere acqua calda o tisane: aiutano l'assorbimento e hanno un effetto più duraturo rispetto all'acqua fredda assunta come emergenza. Quando preparo una cena per gli escursionisti che passano, accanto al piatto metto sempre una tazza di brodo o tisana di montagna. È cucina, certo, ma è anche medicina.

Segnali d'allarme: riconoscere la disidratazione

La disidratazione in quota procede spesso in silenzio. I primi segnali sono subdoli: una leggera stanchezza che attribuiamo allo sforzo, una concentrazione che cala, forse un lieve mal di testa. Non sono sintomi drammatici, perciò è facile ignorarli e continuare a camminare come se nulla fosse. Ho visto escursionisti esperti fare questa scelta, e raramente termina bene.

L'urina è il miglior indicatore: se è scura, è tempo di fermarsi e bere generosamente. Se è quasi incolore, significa che l'idratazione è corretta. Un altro segnale importante è la capacità di sudare: a un certo livello di disidratazione, il corpo smette di produrre sudore, il che fa salire rapidamente la temperatura corporea. A quel punto, la situazione diventa seria e potrebbe richiedere una discesa urgente.

Negli anni, ho sviluppato un sesto senso per riconoscere quando uno dei miei ospiti sta iniziando a disidratarsi: una certa rigidità nei movimenti, uno sguardo leggermente assente, il rifiuto di nutrirsi. A quel punto, non aspetto: lo siedo, gli offro acqua e qualcosa da mangiare, e lo lascio riposare. La montagna non va da nessuna parte e può aspettare che qualcuno si ristabilisca.

La gestione dell'acqua non è una cosa di cui parlare sui libri di trekking e poi dimenticare in vetta. È un'abitudine quotidiana che protegge ogni singolo passo in montagna, dalla partenza al ritorno. Come Giancarlo mi ha insegnato quella mattina di agosto, è la differenza tra una giornata di pura gioia e un'esperienza rovinata dal male. Porta più acqua del necessario, bevi regolarmente anche se non hai sete, e la montagna ti ringrazierà con la sua bellezza intatta.