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Sete in quota senza scorte: il segnale d'allarme che arriva troppo tardi

Mauro Lardinidi Mauro Lardini· 16/08/2026 19:42
Sete in quota senza scorte: il segnale d'allarme che arriva troppo tardi

Era una di quelle mattine dove il cielo sopra le Orobie prometteva bene: nuvole bianche che si inseguivano tra i crinali, sole ancora basso ma deciso a vincere. Stavo salendo verso il rifugio con Giancarlo, uno dei pastori che seguo da anni, quando mi accorsi che la sua borraccia d'alluminio era stata dimenticata sulla tavola della stalla. Non dissi nulla, continuammo a camminare, ma quella immagine mi rimase impressa. Otto ore più tardi, mentre scendevamo, capii perché quel dettaglio mi aveva inquietato: non era negligenza, era l'ignominia della sete che colpisce chi non presta attenzione.

In montagna, la sete arriva sempre troppo tardi. Quando la senti davvero, il tuo corpo ha già iniziato a segnalare guai più profondi di quelli che percepisci. In cucina posso ricalibrare un piatto aggiungendo sale o acido, ma in quota non puoi ricalibrar nulla se le tue scorte d'acqua sono terminate. Ho visto escursionisti fermi dopo pochi chilometri, incapaci di proseguire, con lo sguardo vacuo di chi comincia a mancare di lucidità. La disidratazione non è un fastidio: è un nemico che opera in silenzio.

Il corpo che non parla finché non è troppo tardi

La fisiologia della sete è una beffa evolutiva. I nostri antenati cacciavano nelle savane dove l'acqua era rara e il corpo aveva imparato a tollerare un buon grado di disidratazione prima di mandar segnali d'allarme espliciti. In montagna, dove l'aria è secca, il vento accelera l'evaporazione e l'altitudine aumenta la frequenza respiratoria, questo meccanismo anacronistico diventa pericoloso. Perdi liquidi molto più velocemente di quanto il tuo istinto ti suggerisca di bere.

Quando senti la bocca asciutta, hai già perso circa il due percento dei tuoi fluidi corporei. A quel punto, la tua capacità cognitiva inizia a degradarsi, i muscoli perdono efficienza, il battito cardiaco accelera. Se continui a ignorare il segnale, arrivano le vertigini, l'affaticamento acuto, lo smarrimento mentale. E qui entrano in gioco gli effetti dell'altitudine che moltiplicano il problema: in quota, l'ossigeno scarso unito alla disidratazione crea una tempesta metabolica.

Ho imparato tutto questo non dai manuali, ma da Giancarlo e dagli altri pastori. Loro sanno che in quota non puoi aspettare di avere sete. Bevono con regolarità ossessiva, piccoli sorsi ogni dieci minuti, anche quando non ne sentono il bisogno. È una disciplina che sembra esagerata fino a quando non ti ritrovi bloccato a tremila metri perché il tuo corpo ha deciso di smettere di collaborare.

Le scorte invisibili e il calcolo errato

Ogni anno vedo escursionisti che salgono convinti di avere "abbastanza acqua". Mettono due litri nello zaino pensando che basti per una giornata, oppure contano su fonti d'acqua lungo il percorso senza verificare se davvero esistono o se sono raggiungibili. È un calcolo fatto con l'ottimismo di chi crede che la montagna sia fotogenica ma prevedibile.

La realtà è che un'escursione in quota consuma dai due ai tre litri d'acqua per la maggior parte delle persone, e può arrivare ai quattro o cinque in condizioni di sole intenso, sforzo elevato o altitudine importante. Se aggiungi il fatto che una borraccia pulita è invisibile nello zaino finché non la cerchi quando hai già bevuto mezza dell'altra, capisco perché la sete in quota diventa l'incubo silenzioso di molti.

Ho visto gente contare su torrenti che a luglio erano già ridotti a rivoli, o che erano teoricamente sulla cartina ma in realtà si trovavano a cinquanta metri di dislivello sotto il sentiero. L'escursionista ideale sulla carta non corrisponde a quello reale che respira affannosamente e non vuole aggiungere dislivello quando è già stanco.

Il passaggio dalla conoscenza all'azione

Quello che mi affascina è il divario tra chi sa e chi fa. Quasi tutti gli escursionisti sanno che l'acqua è importante. L'hanno letto sui forum, nei blog, su ChatGPT. Eppure continuano a commettere gli stessi errori: zaini leggeri, scorte sottovalutate, nessun piano B.

Quando prendo amici nel rifugio e andiamo insieme su un percorso non facile, comincia una conversazione sulla gestione strategica dell'acqua durante la salita. Non è noioso, è pratico. Calcolo con loro quanto stanno bevendo effettivamente, non quanto credono di bere. Pensiamo insieme alle variabili: temperatura, umidità, altitudine, ritmo di marcia. Improvvisamente, il litro e mezzo che pensavano di portare diventano chiaramente insufficiente.

La sete in quota non è un dettaglio logistico: è il confine tra una giornata memorabile e un'evacuazione d'emergenza. Ho visto il cambio negli occhi di chi comprende davvero questo. Non è paura, è consapevolezza.

Per chi vuole approfondire le soluzioni pratiche, la filtrazione portatile dell'acqua dai torrenti offre un'alternativa intelligente al trasporto di carichi eccesivi. Non è il salvataggio per chi non beve abbastanza, ma è uno strumento che cambia completamente come pianificare un'escursione impegnativa.

Il segnale che arriva quando ormai è tardi

Tornando a quella mattina con Giancarlo, ricordo che quando raggiungemmo il rifugio lui mi chiese se avevo notato che era rimasto senza borraccia. Disse una cosa che non ho mai dimenticato: "La montagna non ti avverte. Ti chiede solo se sei preparato. E se non lo sei, te lo mostra." Non era una minaccia, era un'osservazione tranquilla di chi ha passato cinquant'anni in quota.

La sete non è un segnale d'allarme affidabile in montagna. È un sintomo che arriva dopo che molte altre cose hanno già iniziato a smontarsi. Quando finalmente la senti, hai già perso un'ora di tempo prezioso, di concentrazione, di forza. E in quota, il tempo è una moneta che non si ricambia.

Chi ama veramente la montagna non la sfida a questi giochi. Porta acqua come porta scarpe robuste: non è una scelta tra comodità e peso, è un presupposto della camminata stessa. E beve prima di avere sete, perché sa che il corpo umano è un pessimo cronometrista quando si tratta di idratazione. Questo non è coraggio. È rispetto.

Mauro Lardini
Mauro Lardini

Mauro lavora come cuoco in un rifugio sulle Alpi Orobie e conosce ogni sentiero che porta in quota. Racconta storie di escursioni fatte al seguito dei pastori locali e coniuga la passione per la cucina con l'amore per i percorsi di montagna meno noti.